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История афганских войн

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3.6.2019    Автобус со студентами взорван в Кабуле, есть жертвы

Автобус, перевозивший студентов Университета им. Бурхануддина Раббани, был взорван в понедельник в Кабуле магнитной миной, сообщают местные СМИ. По данным МВД, после взрыва к месту инцидента срочно прибыла полиция и журналисты. В это время на месте происшествия прогремел второй взрыв. В результате терактов 1 человек погиб и 17 получили ранения различной степени тяжести. Среди пострадавших 5 полицейских и один журналист. -0-


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3.6.2019    Автобус с госслужащими взорван на проспекте Дар уль-Аман в Кабуле

Пять человек погибли, еще 10 получили ранения в результате подрыва автобуса с государственными служащими на проспекте Дар уль-Аман на юге Кабула. По данным МВД Исламской Республики Афганистан, целью террористов, прикрепивших к автобусу магнитную мину, были работники Независимой комиссии по административной реформе и социальным службам. Это уже четвертый теракт за последнюю неделю в афганской столице. -0-


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3.6.2019    Mena Mangal, giornalista, una mattina sulla porta di casa a Kabul

Agoravox.it - Doriana Goracci - 12 maggio 2019 «Mi hanno insultato, ricoperto di fango. E ora vogliono uccidermi. Ma io non mi fermo» e invece in un sabato mattina di maggio, alle 7.20, le hanno sparato sulla porta di casa a Mena Mangal, a Kabul. Non so quanti anni avesse ma era giovane e molto bella, lei Mena Mangal, in alcuni siti Meena Mangal, era giornalista e attivista per i diritti umani, data in sposa nel 2017. Battendosi per i diritti di tutte le donne in Afghnistan, e per i suoi stessi diritti, all’inizio di maggio aveva finalmente ottenuto il divorzio. Sperava di migliorare le possibilità di istruzione e informazione per i giovani, impegnata per la Wolesi Jirga- la Camera bassa del Parlamento- aveva lavorato anche per tv private.Dunque dolore e rabbia da parte di attivisti per i diritti delle donne, contro le autorità che l'avevano lasciata indifesa di fronte alle minacce. Afferma Wazhma Frogh, avvocato afghano per i diritti umani e attivista per i diritti delle donne: "Mena Mangal aveva già condiviso che la sua vita era in pericolo; perché non è successo niente? Abbiamo bisogno di risposte .Perché è così facile in questa società,per gli uomini,continuare a uccidere donne con cui non sono d'accordo? Non riesco a fermare le lacrime per la perdita di questa bellissima anima. Ha avuto una voce forte e ha espresso attivamente quella per popolo" L'Afghanistan rimane il posto più a rischio di morte nel mondo per i giornalisti, che affrontano enormi rischi nello svolgimento del proprio lavoro."In un paese in cui la mia vita è in pericolo come giornalista, voglio che il governo non mostri apprezzamento per il nostro lavoro, ma si concentri su come proteggerci", ha scritto Zalma Kharooty, giornalista afgana su Facebook." Aggiunge: "oggi Mena Mangal domani io." Dal The Guardian si apprende che negli ultimi due decenni di guerra in Afghanistan ci sono stati numerosi attacchi e omicidi di donne in posizioni pubbliche, tra cui poliziotte e politici, educatori, studenti e giornalisti. Alcuni sono stati presi di mira dagli insorti che si oppongono alle donne che hanno un ruolo nella vita pubblica, mentre altri sono stati attaccati da parenti conservatori o membri della propria comunità. Ma c'è la sensazione che l'ultimo omicidio avvenga in un momento in cui le donne sono particolarmente vulnerabili. La madre di Mena Mangal denuncia come un fiume in piena in un video, i petali rosa sul viso della figlia, non riescono a coprire il massacro. Dunque mentre si recava al lavoro, lei consulente per gli affari culturali del Parlamento, è stato uccisa non si sa da quanti,la polizia non è ancora in grado di stabilire se l'omicidio sia di matrice terroristica o di natura privata, la capitale afgana continua ad essere colpita da attentati dei talebani o dell'Isis, ma nessuno finora ha rivendicato l'assassinio della giornalista: non si sa niente, solo dove è successo e che non c'è più. Doriana Goracci rif: https://www.theguardian.com/world/2019/may/11/afghan-journalist-mena-mangal-shot-dead-in-kabul http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/asia/2019/05/11/afghanistan-giornalista-uccisa-a-kabul_7e7ba038-f837-4f4a-a083-bb9944d58522.html


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3.6.2019    Le ferite dell’Afghanistan

Internazionale.it - Elena Boille - 14 maggio 2019 Negli ultimi dieci anni in Afghanistan le Nazioni Unite hanno registrato almeno 32mila civili uccisi e più di 60mila feriti. Solo l’anno scorso le persone colpite sono state più di diecimila, di cui 3.500 sono morte. Nel 2018 il fotografo Giulio Piscitelli ha avviato una collaborazione con l’ong Emergency, che dal 2001 offre assistenza medica e chirurgica alle vittime della guerra, per raccontare quello che sta succedendo. Oltre a usare il linguaggio classico del reportage, ha scelto di farlo con dei semplici dittici immersi nel bianco. In questi scatti, il bianco asettico degli ospedali diventa uno spazio simbolico in cui emerge la dimensione dell’attesa, dell’incertezza e della solitudine. I pazienti sono sospesi nel vuoto, come in un limbo tra la vita e la morte. L’essenzialità delle immagini spinge chi guarda a interrogarsi su cosa sia successo e su cosa succederà. Giulio Piscitelli - Contrasto L’approccio di Piscitelli è quasi chirurgico: si sofferma sui volti e sui corpi. E a fianco di ogni ritratto mette la foto delle armi che hanno causato il ferimento. Immersi nel bianco, i proiettili e le schegge sembrano poca cosa rispetto alla pienezza della vita di una persona. Ma sono quei pochi grammi di metallo a fare la differenza. “Volevo mostrare la causa e le conseguenze. Volevo cercare di dare un volto a chi ha subìto violenza e allo stesso tempo mi interessava rendere visibile la tecnologia alla base di questa violenza. O almeno ciò che ne rimane”. Il lavoro di Piscitelli sui Centri chirurgici per vittime di guerra di Emergency a Kabul e a Lashkar-gah, in Afghanistan, è diventato una mostra, organizzata a Milano dall’ong in occasione del suo venticinquesimo anniversario, con il supporto di Contrasto. Zakhem/Ferite/Wounds. La guerra a casa/When war comes home si apre il 15 maggio alle 19 a Casa Emergency (via Santa Croce 19, Milano) con una conversazione tra il fotografo Giulio Piscitelli; Gino Strada, fondatore di Emergency; Rossella Miccio, presidente di Emergency; e Giulia Tornari, curatrice e direttrice di Contrasto. L’evento sarà moderato da Fabrizio Foschini, analista dell’Afghanistan analysts network.


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3.6.2019    In Afghanistan, la Corte Penale Internazionale (ICC) abbandona il campo

Human Rights Watch, Param-Preet Singh - 23 Aprile 2019 Recentemente, una giuria di giudici della Corte penale internazionale (ICC) ha respinto all'unanimità la richiesta del procuratore Fatou Bensouda del novembre 2017 di aprire un'indagine su possibili crimini di guerra e crimini contro l'umanità durante il brutale conflitto armato dell'Afghanistan. La decisione ha sbattuto la porta in faccia alle vittime e alle loro famiglie che non hanno avuto sostegno dalla giustizia. Il conflitto in Afghanistan è stato caratterizzato da attacchi mirati ai civili da parte dei talebani e di altri insorti; torture, stupri, sparizioni forzate e uccisioni extragiudiziali da parte della polizia afghana e delle forze di sicurezza; e abusi da parte di forze straniere, in particolare l'esercito degli Stati Uniti e della CIA (Central Intelligence Agency). I giudici hanno concordato con la valutazione del pubblico ministero che esisteva una base ragionevole per ritenere che i crimini nel mandato della corte fossero stati commessi e fossero sufficientemente gravi da ricadere sotto l'egida dell'ICC. I giudici hanno anche condiviso la conclusione del pubblico ministero secondo cui nessuno dei maggiori responsabili di questi crimini, membri delle forze Talebane, di quelle afghane o del personale degli Stati Uniti, è stato assicurato alla giustizia - una decisione critica dato che l’ICC può agire solo come tribunale di l'ultima istanza. Ma poi i giudici hanno fatto il passo inaspettato di valutare se andare avanti nel procedimento sarebbe stato "nell'interesse della giustizia". I giudici hanno deciso che non lo era e hanno negato la richiesta del pubblico ministero. L'ufficio del pubblico ministero sta valutando un possibile appello a questa devastante decisione. Ma se è così, ciò significa che l’ICC non potrà indagare su possibili crimini di guerra e crimini contro l'umanità in Afghanistan. L'espressione "interesse della giustizia" è quella che dovrebbe essere interpretata in modo restrittivo per rimanere coerente con i principi fondatori della corte, come molti hanno sostenuto, tra cui Human Rights Watch e l'Ufficio del Procuratore. I giudici, d'altra parte, usano un approccio estremamente ampio che potrebbe arrecare un danno effettivo nel limitare la capacità dell’ICC di agire a fronte di gravi crimini internazionali. I giudici riconoscono che 680 delle 699 domande delle vittime all’ICC sono sostenute da un'indagine preliminare. Ma a loro avviso, sarebbe nell'interesse della giustizia portare avanti il caso solo se ciò potesse tradursi in inchieste efficaci e nel successo dei procedimenti giudiziari in tempi ragionevoli. I giudici prendono atto delle difficili circostanze in Afghanistan, inclusa l'instabilità politica, che in parte giustifica l'esame preliminare di undici anni del procuratore di possibili reati in quel paese. I giudici hanno anche supposto che "i cambiamenti all'interno del panorama politico" in Afghanistan e degli "stati chiave" renderebbero "ancora più complicate" le indagini. Molto probabilmente si riferiscono agli attuali colloqui di pace in Afghanistan e ai crescenti attacchi dell'amministrazione Trump alla Corte penale internazionale, soprattutto perché la sua inchiesta in Afghanistan potrebbe estendersi ai cittadini statunitensi. I giudici inoltre hanno considerato nella loro analisi anche il budget della corte, misurando la difficoltà di perseguire l'inchiesta in Afghanistan rispetto alle risorse limitate della corte. Nulla di ciò che i giudici hanno detto è particolarmente nuovo o sconvolgente. Non è un segreto che le indagini criminali in situazioni di conflitto in corso sono difficili e che la cooperazione da parte degli Stati soggetti alle indagini della corte è stata troppo spesso debole. Questo è vero anche per alcuni paesi membri della ICC e altri organismi chiave come il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Mentre i conflitti infuriano in tutto il mondo, c'è un crescente divario tra il mandato della ICC e il supporto politico e le risorse finanziarie disponibili che gli permettono di agire in modo efficace. Ma ciò che è nuovo e inquietante è l'uso da parte dei giudici degli amorfi "interessi della giustizia" per consentire a queste considerazioni politiche e pratiche di neutralizzare il mandato della ICC. La logica dei giudici limiterebbe il tribunale a situazioni in cui è garantita la cooperazione tra Stati. Così facendo, hanno consegnato agli Stati un libro di esercizi per proteggersi dalla mano della legge. La congettura dei giudici sulla mancanza di cooperazione non coglie il punto chiave che il superamento delle sfide di cooperazione è parte integrante dei compiti di un tribunale incaricato di perseguire coloro che altrimenti sono considerati intoccabili, non un motivo per astenersi dall'agire. Decidere l'apertura di indagini sulla probabilità di arresto e di poter conseguire un eventuale processo è particolarmente preoccupante. Chiaramente, senza arresto, non può esserci giustizia, ma questo è un gioco lungo. La giustizia che sembra impossibile può un giorno materializzarsi. Coloro che sono stati incriminati ma protetti dall'arresto possono essere immediatamente consegnati alla giustizia, come confermato dall'esperienza di altri tribunali internazionali come per l'ex Jugoslavia e la Sierra Leone. Alla base del ragionamento dei giudici c'è la preoccupazione per la legittimità della corte se questa non riesce a soddisfare le aspettative delle vittime. E, è vero, le recenti assoluzione nei casi di alto profilo di Bemba e Gbagbo (rispettivamente leader incriminati della Repubblica Democratica del Congo e Costa d'Avorio) hanno sconcertato le vittime e i sostenitori della ICC. Ma segnalando la loro volontà di sacrificare lo stato di diritto all'altare di ciò che il mercato politico porterà, i giudici hanno fatto un danno significativo alla credibilità della corte. Decenni di impunità in Afghanistan hanno reso evidente alle vittime di gravi crimini e alle loro famiglie che gli interessi dei potenti sostituiranno quasi sempre i loro interessi e il loro diritto di vedere i responsabili tenuti condannati. Optando per un'indagine sui probabili crimini di guerra e crimini contro l'umanità in Afghanistan, i giudici hanno effettivamente dichiarato alle vittime che neanche la ICC avrebbe potuto difendersi da loro. E questo è un messaggio pericoloso che risuonerà ben oltre l'Afghanistan.



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